IL PAPA E IL DIVORZIO

Alcuni giorni fa, intervenendo all’inaugurazione dell’Anno Giudiziario del Tribunale della Sacra Rota, Giovanni Paolo II ha sferrato, con toni forse mai usati prima, un duro attacco al divorzio. Il Santo Padre non ha esitato a definirlo una vera e propria “piaga” dagli effetti “devastanti” per la società civile.
Da qui l’accorata richiesta a tutti gli operatori del diritto in campo civile perchè evitino il più possibile ogni coinvolgimento in tutto ciò che possa implicare una cooperazione al divorzio: un appello ai giudici affinchè “…pur non potendo essi esimersi dal sentenziare, trovino mezzi efficaci per favorire le unioni matrimoniali, soprattutto mediante un’opera di conciliazione saggiamente condotta“, ed agli avvocati affinché “come liberi professionisti, sempre declinino l’uso della loro professione per una finalità contraria alla giustizia come è il divorzio…..e attraverso la loro opera di aiuto e di pacificazione delle persone che attraversano crisi matrimoniali servano davvero i diritti delle persone ed evitino di diventare dei meri tecnici al servizio di qualunque interesse“.
Mai come in tale occasione le parole del Santo Padre sono risultate chiare e lontane da ogni possibilità di fraintendimento. Eppure ancora risuona l’eco delle rabbiose reazioni che, anche da parte di autorevoli esponenti del mondo della cultura e del diritto, ne sono immediatamente seguite. Alle indignate proteste di quanti hanno invitato il Papa a “non interferire nella legge e nei compiti dello Stato” si è aggiunto il duro monito di quanti hanno addirittura bollato come “eversive” le parole del Santo Padre, interpretate come una sorta di invito a disobbedire ai principi giuridici dell’Ordinamento.

La vicenda merita allora due brevi riflessioni

  1. Le scomposte reazioni del mondo politico, culturale e giudiziario che hanno seguito l’appello di Giovanni Paolo II paiono caratterizzate da un comune denominatore. Lo scandalo cioè verso un Papa che, ancora una volta, ha osato infrangere il dogma illuministico sul quale regge l’intera cultura moderna ed il modo comune di pensare: l’idea che tutto ciò che riguarda la realtà e l’uomo nella sua concreta esistenza non è materia che debba riguardare la Chiesa. La Chiesa proclami pure valori morali generali ed astratti, compia pure qualche buona azione e conforti pure gli animi, ma non si occupi dell’uomo in carne ed ossa e dei suoi problemi. Insomma, “se Dio c’è, non c’entra con la vita”.Questo è l’imperativo che ancora una volta si è osato sfidare, ed è per questa ragione che il mondo si è indignato.In questa battaglia culturale noi ci sentiamo invece profondamente uniti al Papa.
  2. In nessun caso l’appello di Giovanni Paolo II può essere inteso come un invito alla disobbedienza civile.Che lo Stato italiano sia uno Stato “laico” è un fatto. Che tale Stato “laico” abbia le sue leggi e le sue regole è anch’esso un fatto. Il Papa tuttavia con il suo appello ai giudici e agli avvocati ha voluto ricordare che tali leggi e tali regole non costituiscono il fine ultimo dell’uomo, ma sono semplici strumenti e come tali debbono essere utilizzate ed applicate per il bene e per il compimento della felicità dell’uomo.Per questo autorevole richiamo siamo profondamente grati al Santo Padre.

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