Una storia della giustizia – Paolo Prodi

6 Agosto 2004

Paolo Prodi
Una storia della giustizia
Dal pluralismo dei fori al moderno dualismo tra coscienza e diritto
Il Mulino 2000, pagg. 499

Recensiamo con notevole ritardo un interessante libro di Paolo Prodi, docente di Storia Moderna presso l’Università di Bologna, ove l’autore, continuando la riflessione iniziata col precedente volume “Il sacramento del potere”, analizza una delle caratteristiche fondanti la cultura occidentale: la divisione tra diritto emorale, tra la norma giuridica che definisce il reato e la norma morale che definisce ciò che è peccato.

Prendendo le mosse dalla distinzione tra Atene e Gerusalemme, tra il pensiero greco, ove risulta ancora indistinta la differenza tra le norme dell’etica e delle norme di diritto, ed il mondo ebraico, ove la presenza di Dio non conduce ad una sacralizzazione del diritto ma, anzi, desacralizzando le istituzioni introduce una dialettica tra l’ordine divino e l’ordine naturale del mondo, l’autore individua nella storia di Israele la prima separazione del concetto di peccato, come colpa nei riguardi di Dio, dal concetto di reato come violazione della legge positiva.

A differenza che nell’antica polis ellenica in cui l’individuo viene considerato come una parte indistinta della comunità, destinato a soccombere alla ragion di stato, il cammino di salvezza introdotto dal patto dell’Allenza “apre la strada alla nascita dell’individuo occidentale” nell’individuazione di uno spazio profetico in cui il problema della colpa, della giustificazione e della penitenza, si misurano in un forum Dei separato dalla giustizia umana.

Nel mondo cristiano questo spazio profetico verrà ad istituzionalizzarsi nell’Ecclesia, intesa, in questo senso, come assemblea dei discepoli alla quale spetta il potere di interpretare e concretare il perdono divino “con la costituzione di un foro che diviene alternativo alla giustizia umana”.

L’arco di tempo affrontato da questo scritto (dall’era medievale ai giorni nostri, con il crinale indicato come fondamentale dall’autore nei secoli XV eXVII) ci impedisce per brevità di spazio dall’approfondire la disamina dei singoli capitoli a cui rimandiamo l’interessato lettore.

Tuttavia ciò che ci preme sottolineare è la riflessione di partenza dell’autore: la crisi attuale del diritto si fonda sull’attuale pervasività e autoreferenzialità del diritto positivo. Nel momento in cui il diritto positivo tende ad invadere e permeare tutti gli aspetti della vita umana (dalla vita sentimentale allo sport, dalla sanità alla scuola) antecedentemente sottratti all’imperio della norma giuridica, ci si è illusi che la risoluzione di ogni problema e conflitto potesse avvenire mediante la norma positiva ed il ricorso alla giurisdizione.

Si va così disfacendo l’ideale occidentale di giustizia che, al contrario di quanto sostenuto dai pensatori illuministi e dai teorici dello Stato di diritto, risulta essere il frutto di un percorso (che prende le mosse ben prima di loro) basato sulla compresenza di un duplice piano di norme: il piano del diritto positivo, della norma scritta, e quello delle norme che hanno regolato per millenni la vita quotidiana della nostra società “nel suo respiro più interno”.

Il venir meno di questo rapporto tra questi due tipi di norme ha determinato la nascita della norma ad una dimensione. Così facendo “sia che la norma positiva venga sacralizzata sia che essa sia del tutto secolarizzata il risultato è che si sta perdendo quel pluralismo dei piani normativi e delle sedi di giudizio, dei fori che costituisce…il nostro codice genetico come uomini occidentali”.

A detta di Prodi, la scomparsa della differenza tra il senso del peccato come colpa nei confronti della trasgressione del precetto divino e la commissione di un reato inteso come violazione della legge degli uomini (con la collegata e conseguente tendenza secolare all’assorbimento della categoria di peccato nell’idea di reato) non può che interessare tutti in quanto incide sulla vita di tutti.

L’avvento della norma ad una dimensione determina il venir meno di quel “respiro” che, pur con tutte le sue contraddizioni, ha caratterizzato la civiltà occidentale oggi aggredita dall’assalto dell’integralismo da un lato, e dall’altro, da una sacralizzazione e/o secolarizzazione del diritto positivo che tende a sostituire l’etica in una sempre più minuta regolamentazione della vita del singolo individuo ed altresì della morte, come è tristemente avvenuto pochi giorni or sono in Olanda, ove una legge consente ai genitori di bambini affetti da malattie incurabili, dietro l’osservazione di un “severissimo protocollo”, di praticare l’eutanasia.

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